Antonio Saetta: il giudice che la mafia temeva


Storia di un uomo giusto, di una giustizia tradita dalle pallottole e riscattata dalla memoria.

CANICATTÌ (AGRIGENTO) — La Sicilia di fine anni Ottanta era un campo di battaglia invisibile, dove il confine tra la legge e l’illegalità veniva disegnato a colpi di coraggio. In quella frontiera viveva e lavorava Antonio Saetta, magistrato sobrio, padre di famiglia, uomo dello Stato. Il suo nome sarebbe diventato, dopo il 25 settembre 1988, uno dei simboli più limpidi della lotta a Cosa Nostra.

Nato a Canicattì il 25 ottobre 1922, Antonio Saetta apparteneva a quella generazione di giuristi cresciuti nel dopoguerra, forgiati dal senso del dovere e dall’idea di una giustizia come servizio, non come carriera.
Entrato giovanissimo in magistratura, prestò servizio in diverse procure e tribunali della Sicilia, fino a divenire Presidente della Corte d’Assise d’Appello di Palermo, uno dei ruoli più delicati della magistratura italiana, soprattutto in anni in cui la mafia cercava di infiltrarsi ovunque.

Di Saetta si diceva che fosse un uomo “che non guardava in faccia nessuno”, rigoroso ma non rigido, onesto fino all’intransigenza. Aveva la reputazione di chi non cedeva né alle pressioni dei potenti né alle paure della violenza mafiosa.

Negli anni Settanta e Ottanta, Saetta presiedette processi complessi e rischiosi, come quello contro gli autori dell’omicidio del procuratore Gaetano Costa e di Pio La Torre.
Fu tra i primi giudici a comprendere — e ad affermare nelle aule — che la mafia non era un insieme di bande isolate, ma un’organizzazione unitaria, gerarchica, dotata di strategia e struttura economica.
Le sue sentenze anticiparono concetti che sarebbero poi diventati il cuore del Maxiprocesso di Palermo, istruito dal pool antimafia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Proprio per questo rigore, la Corte d’Appello di Palermo si preparava ad affidargli un compito cruciale: presiedere il collegio giudicante dell’Appello del Maxiprocesso, dove si decideva la conferma o meno delle condanne ai vertici di Cosa Nostra.
Un incarico che, secondo le ricostruzioni, la mafia non voleva assolutamente che assumesse.

La sera del 25 settembre 1988, Saetta viaggiava lungo la strada statale Agrigento–Caltanissetta con suo figlio Stefano, trentacinquenne, anche lui magistrato.
Erano diretti a Canicattì per una visita di famiglia.
In una curva isolata, un commando mafioso li attese: una raffica di colpi di mitra e pistola fermò per sempre la loro auto e la loro vita.
Padre e figlio morirono sul colpo.
L’attentato portava la firma di Cosa Nostra: metodico, feroce, preventivo.
L’obiettivo non era solo l’uomo, ma il simbolo — l’idea di una magistratura che non si piegava.

Le indagini, lunghe e complesse, ricostruirono l’intera catena di comando.
Furono coinvolti i vertici dei CorleonesiTotò Riina, Bernardo Provenzano, Antonino Madonia — e altri affiliati dell’area palermitana.
Nel 1996, la Corte d’Assise di Caltanissetta condannò all’ergastolo i mandanti dell’eccidio, riconoscendo nel delitto un atto intimidatorio contro l’intero sistema giudiziario e un gesto di vendetta contro un magistrato “incorruttibile e non controllabile”.

L’omicidio di Antonio Saetta rappresentò una svolta simbolica: la mafia aveva colpito non un giudice istruttore, ma un magistrato di Cassazione, un uomo maturo, già vicino alla pensione, la cui unica “colpa” era la coerenza.
Da allora, la sua figura è diventata un punto di riferimento morale per intere generazioni di magistrati.

Nel suo Canicattì, il liceo cittadino porta oggi il suo nome, insieme a quello di un altro eroe locale, Rosario Livatino, ucciso due anni dopo.
Ogni anno, in occasione dell’anniversario dell’eccidio, la città si ferma: magistrati, studenti e cittadini ricordano il giudice che aveva scelto il silenzio della giustizia invece della vetrina del potere.

Il messaggio di Antonio Saetta resta attuale: in un Paese dove la legalità è spesso messa alla prova da poteri occulti e interessi incrociati, la sua vita insegna che la giustizia non è un mestiere, ma una scelta di civiltà.
Il suo esempio continua a parlare, nelle aule, nei tribunali, nelle scuole, nelle parole dei giovani magistrati che oggi, come allora, credono in un’Italia capace di non dimenticare.

“La mafia non teme la repressione, teme la giustizia.”

— Antonio Saetta (annotazione ritrovata tra i suoi appunti personali)

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